Memorie d'Una Borromaica

Eʼ una mattina come tante, innumerevoli altre. Il sole si riflette sulle bianchissime pareti della sezione, qualche porta lontana si apre con un ronzio e uno scatto, la voce di Caterina sale dalle scale, la suoneria della signora Flores si allontana nel corridoio. Qualcuno ride.

Ma io non mi sveglio nella mia stanza. Il mio materasso è sul pavimento, tra quello di Marta “Impo” De Nitto e quello di Marta Giuca. Tutte e due dormono della grossa, ai piedi dei letti due bottiglie di Peroni e una di Tennents, vuote. Con gli occhi che lottano per richiudersi, mi alzo per tornare in camera mia: di lì a qualche minuto la riconsegna della stanza, come ogni anno, dunque devo sgomberare il bagno e gli ultimi scatoloni. La 39 mi accoglie, ostentando la cascata di luce mattutina che ha meritato, a questo lato della sezione, il nome che negli anni si è fatto definitivo: lato vita. Il lato opposto, quello che dà su strani vicoletti ombrosi e popolati da gatti loschi e vecchie placide, è quindi il lato morte, lato che il sole non raggiunge mai e dunque ben si presta ad alloggiare le schiere di borromaiche meno anziane.

 

“Su, ragazze, pensate...”, ci esortava il Maggi. Era una delle prime riunioni tra borromaiche, organizzate da lui e da Caterina.

 Lʼordine del giorno era vario, ma tra i punti salienti cʼerano diverse possibili migliorie al neonato ambiente della sezione femminile. Sono abbastanza sicura che tra quei punti già ci fosse la nostra richiesta di ottenere lʼutilizzo dellʼinutilizzata cucina, completamente attrezzata, che viene tuttora tenuta sotto chiave. Ma al momento stavamo discutendo di ben altro. “In maschile ci sono giardino, richini, piazza e vicolo. Dovremmo trovare un nome carino anche per i lati della sezione. Pensate. Che ne dite di quattro muse? Quattro venti? Quattro divinità?”

Ci guardavamo tra noi. Non ne avevamo idea. Eravamo entrate da un mese, e ancora i quattro lati ci parevano tutti privi di segni di riconoscimento, tutti uguali. Qualcuna avanzava qualche timida proposta, e il Maggi annotava.

Poi ridacchiava, e ci chiedeva perché non gli avessimo preparato una torta, per addolcire la serata. 

Mentre infilo gli ultimi vestiti in valigia, mi trovo a pensare che la Baldry ha scelto un ottimo giorno per laurearsi. Eʼ vero, è proprio lʼultimo giorno di collegio per noi quintanne e lei si trova a dover badare al trasloco poche ore prima della discussione, ma è senza dubbio un giorno di festa: stasera brinderemo per festeggiarla, assieme a Big, Fillo, Cassa, Impo, e molti altri di noi, ma alzeremo i calici al piovoso cielo pavese pensando anche che stiamo celebrando qualcosʼaltro - lʼultima di tante serate assieme come collegiali.

Un poʼ come ieri sera io e le due Marte bevevamo quelle birre sedute in atrio, incapaci di stare da sole nella nostra ultima notte borromaica. Lʼintenzione era rivivere i ricordi più belli di cinque anni passati insieme, ma alla fine il discorso si spostava sempre dai ricordi ad altri argomenti, più attuali e non particolarmente seri, e le risate invadevano i corridoi deserti della sezione. Nessuna sentiva ancora il Borromeo come materiale da ricordi: era per noi ancora da vivere, anche in quelle ultime ore. Forse stamattina la consapevolezza di doversene andare si sta facendo strada nella mente, ma cʼè ancora lʼaperitivo di stasera che lʼallontana.

Gli ultimi due scatoloni sono scartoffie e memorabilia, entrambi molto affascinanti.

Aretusa ci aveva radunate tutte in sala TV. Ora, al centro del cerchio che formavamo noi matricole, ci guardava di sotto in su, dimenando un dito ammonitore. “Allora, le prove sono ob-bli-ga-to-rie. Dovete saperla cantando, chiaro?!”

Al suo fianco, un volenteroso e fido Dianz sventolava il copione dello Sculacciabuchi fresco di modifiche e di stampa. Ce lo aveva distribuito, e noi non sapevamo se essere più divertite o più interdette: ma indiscutibilmente la star della prima lettura era stata Elena Fortina, che aveva dato il meglio di sé interpretando un prete fantastico. Con disinvoltura aveva guardato verso un pubblico ancora immaginario e aveva declamato: “Volete venire a vedere i cigni?”

Quanto valore affettivo in una sola spilletta.

In caffè avevo chiesto cosa fosse un padrino, e mi era stato detto che non cʼera una definizione univoca: “io penso,” mi aveva detto quella persona, “che il padrino sia un collegiale che stimi, il cui atteggiamento verso il collegio e verso la vita ti ispira fiducia e un sentimento di affinità”. Era ottobre, la festa della matricola si avvicinava, ma la questione “chi spilletta le donne?” era ancora aperta: alcuni dicevano che avremmo dovuto scegliere una madrina tra quelle entrate come secondanne/terzanne/anziane, altri che avremmo dovuto tutte scegliere Caterina, ma non riuscivo a conciliare nessuna delle due alternative con quella definizione di padrino che mi aveva tanto affascinata. Infine, un giorno, qualcuno disse “Ma sì, facciamo che visto che è il primo anno le donne possono scegliere un padrino, ma solo per questʼanno.” Alcuni erano dʼaccordo, altri scuotevano la testa.

 Qualcuno mi disse che Baso era tra gli scettici. Aspettai qualche altro giorno, mi guardai intorno, in 65, in refettorio, persino in 19 e in 50, ma alla fine la decisione lʼavevo presa già da un poʼ: al diavolo il suo presunto scetticismo, a me Baso piaceva tanto con quel suo sarcasmo pungente, quel suo modo di squadrare da capo a piedi ogni ragazza che varcasse la soglia della 65 e di non risparmiare a nessuna il suo verdetto (“oh ma come cazzo ti sei vestita oggi?”), ma anche quei discorsi che faceva quando il caffè si quietava e rimanevano i pochi inossidabili a fumare sul divano e guardarsi pensosamente i piedi incrociati sul tavolino – quelli di Baso erano sempre i più fighi, con quei mocassini che solo lui avrebbe saputo portare.

Così, alla fine glielo chiesi: e lui fu contentissimo. Nessun altro avrebbe mai potuto essere il mio padrino, e lʼaffetto e la stima che provavo allora per lui sono rimasti immutati negli anni, attraverso tutti i caffè, le sbronze, le uscite, gli sfoghi, i pettegolezzi, le goliardate. I consigli. Lʼorgoglio per ognuna delle 6 nipotine che gli avrei dato.

Guardo la foto di famiglia che risale al primo raduno degli ex – è rimasta appesa allʼarmadio per anni, e poi lʼho portata in Erasmus con me. Due volte. Cʼè Pedini, il misterioso bisnonno con cui ho parlato due volte, una durante una cena alcolica in Paradiso, e lʼaltra quando mi ha interrogato durante lʼesame di Letteratura Italiana. Cʼè Baso, ovviamente, e poi ci sono i miei fratelli - il fascinoso Milo, il cugino Sberla che offre un profilo statuario per nascondere un occhio nero, e infine cʼè Cassa. Fratelli di spilletta, io e lui, ma anche fratelli di piano e fratelli dʼanno. Pensare a quante ne abbiamo passate assieme, dalla matricola al decanato, mi dà un senso di vertigine: lui, Big, Fillo, Brivio e Pani, quando li penso, mi appaiono tutti seduti attorno al tavolino della 65, quello decorato dal Berna e da Fez, il Cassa con dei calzini coloratissimi che spuntano dai pantaloni khaki, Big con un filtrino tra le labbra, un mezzo sorriso e lo sguardo basso, Fillo a gambe larghe, con le immancabili ciabatte, che si guarda attorno placido, Brivio appollaiato sul divano in posizioni improbabili, e Pani che si gratta la testa e saluta una matricola a caso (“ciao bellissimo”). Questa è lʼimmagine mi ha accompagnata per cinque anni e sarà dura convincere i miei occhi che non ce lʼavranno più davanti tutti i giorni, due volte al giorno.

Come si fa.

E poi, sono entrate loro, e noi non eravamo più matricole. Le avevamo aspettate, quegli ultimi giorni di settembre, chiedendoci come diavolo sarebbe stato passare “dallʼaltra parte”: non cʼera una gerarchia, un sistema, non avevamo generazioni di borromaiche alle spalle ad insegnarci come si fa. Questo però sapevamo: volevamo accoglierle, volevamo che si sentissero parte di qualcosa, volevamo che per loro fosse tanto bello quanto lo era stato per noi. Eʼ venuto naturale fare quello che si faceva “di là”, non era possibile immaginare nulla di altro, alla fine il Borromeo era per noi inscindibile, nella sua quotidianità, da tante di quelle famose regole non scritte “che se le racconti a uno che non è dentro fa due occhi così”, e invece a noi suonavano ormai irrinunciabili come la presenza del Desi in refettorio.

Ogni anno fa storia a sé, e come il primo anno ci aveva pensato Aretusa, ex nuovina, a metterci tutte in riga e a insegnarci molto più di quanto pensa di averci insegnato, quellʼanno fece strada la Tenni, anche lei col polso di chi aveva alle spalle un anno in un altro collegio: e così, muovendo i primi passi goliardici, alcuni falsi e altri meravigliosi, quelle prime “nostre” matricoline impararono piano piano a conoscerci e a conoscersi. E vennero, come una sorprendente ventata di novità, anche Alessandra, Stefania e Pinci: le mie tre prime figliole. Vi ho abbracciate tutte con incredulità, senza saper bene cosa dire, e ho capito finalmente cosa aveva provato Baso.

Impo mi bussa: va a consegnare i documenti Erasmus, ci vediamo a pranzo da lei. Poco dopo mi bussa la Baldry, di ritorno dalla parrucchiera, va a ripetere unʼultima volta il discorso della laurea. Sorrido: sono rimaste qui con me fino allʼultima ora dellʼultimo giorno. Non sarebbe stato lo stesso salutare questo posto senza di loro, un poʼ come in questi ultimi mesi, in cui i Placement le hanno portate lontano, il Borromeo non era lo stesso. Era un poʼ meno mio, senza la solarità dellʼuna e lʼinappropriatezza dellʼaltra (sì Impo, lʼinappropriatezza è la tua). Senza la loro vicinanza.

Grazie ragazze, penso, e trascino fuori dalla 39 lʼultima valigia.

Lʼultima collegiale che saluto, qui in sezione, è la Giuchina, che a questo posto ha dato davvero tanto: lei cʼè sempre stata, lei che mi ha affiancata in mille battaglie con la sua pacata fermezza, quella con cui manda a quel paese chi se lo merita, e quello se ne va con la coda tra le gambe, convinto lui stesso di meritarselo. Sono contenta che sia lei a vedermi uscire dalla sezione per lʼultima volta da collegiale, e so che, mentre esco dalla porta della grande casa rosa, lei sa come mi sento. Percorro il vicolo in un silenzio irreale. Chissà quante volte in cinque anni ho percorso questo vicolo, penso. Per ogni sampietrino un ricordo, per ogni granello di polvere un mio passo: mi rivedo andare e venire, le persone accanto a me cambiano e io cambio con loro.

Come mille altre volte giro lʼangolo e, in portineria, consegno le tessere al Claudio. Ho paura di sentirmi come il detective dei film che, a fine carriera, riconsegna il distintivo allo sceriffo, e qualcosa gli muore dentro. Ma ora, mentre sono in portineria e saluto Marcus, nessuno di questi pensieri mi preoccupa ancora. Sembra tutto così naturale, così normale, così parte della routine collegiale. Sarà solo qualche ora dopo, dopo aver salutato Big e Fillo e aver loro augurato un buon viaggio verso la terra mormona, dopo aver reincontrato Teo e aver ricordato il passato, dopo aver congratulato e abbracciato la Baldry, sarà solo una volta arrivata a casa che infilerò una mano nella borsa e controllerò istintivamente di aver tutto, portafogli, telefono e tessere.

Ma le tessere non ci sono.

Ringraziamenti sparsi e saluti vari

Così si conclude il mio quinquennio borromaico e il mio anno decanale. Eʼ con estrema fierezza che passo il testimone a Viola: so che sarai unʼottima decana, e so di lasciare le sorti della sezione in buone, buonissime mani. Falle flettere tantissimo, ma senza esagerare, e mi raccomando la Gru. Giulietta Carabba: a presto. Grazie davvero di tutto, compagna e sostegno morale insostituibile in questʼanno di battaglie e di risate – grazie per il tuo buonsenso, la tua gentilezza, il tuo altruismo e la tua fermezza. Sei stata una rappresentante bravissima e resti unʼamica preziosa. Sandrina e Ale: la 40 è stata un rifugio, ordinato (e profumato di Sandra), in cui mi avete fatto ricordare ricordi felici e dimenticare tristezze incombenti, specie quando riecheggiava la risata più bella del mondo – sì, Ale, quella da pescivendola. Arrivederci alla FedeMali e alla Iluzza (te tocca): grazie per le luuunghe chiacchierate, per le tisane al finocchio, che poi erano mie, e grazie per tutto il cibo che vi ho scroccato in due anni. Giulia Porcheddu, figlioletta mia, grazie a te e alle tue compagne dʼanno: siete state una meraviglia di anno matricolare, e non ho il minimo dubbio che continuerete ad essere una meraviglia di collegiali.

Betta: molto più di unʼamica, una madrina a tutti gli effetti, mi hai conosciuto quando ero una matricola tanto piccola e mi hai voluto bene nonostante la mia ingenuità e le mie cazzate. Hai fatto bene a sgridarmi quando dovevi: i tè da te sono uno dei ricordi più lontani e più belli.

Chiara Gorga: quanto mi sei mancata in questo anno decanale – è stato solo dopo aver ricoperto la carica che ho capito quanta pazienza hai avuto. Tanta ma tanta stima. Ti abbraccio fortissimo, sei stata un punto di riferimento per me per tantissime cose, in collegio e nella vita. Sei una di quelle persone, come anche la Fede Barbieri, di cui si sente la mancanza perché senza di voi la casetta rosa è molto meno divertente.

Arrivederci alla 65 e a tutte le cose che quelle pareti hanno visto.

Grazie al caffè di una volta, con Teo, il Berna, Baso, Dianz, Pindi, il Maestro, Minnie, Mario, Popotus, il Nonno, Bagatta, Goggino, e qui ci vorrebbe una pagina intera solo per tutti voi che avete lasciato questo posto prima di me: è in gran parte a voi che devo la bellezza di questi anni collegiali. Va detto, mi siete sembrati parecchio strani allʼinizio, personaggi di una commedia molto più assurda e decisamente più irriverente dellʼIfigonia, ma grazie per avermi lasciata così tanto perplessa: porto con me un pezzo della vostra pazzia, e lo custodisco gelosamente. Arrivederci anche a chi mi ha fatto il caffè almeno una volta. Saulo e Brio, rumorosi, inopportuni, mai fermi, e con due cuori grandi così: il paradiso che avete creato insieme a MarcoÀlice rimane il più bel piano di sempre, e giuro che non sono di parte. Spotty, il non bollato più inserito e saggio del West; Meriuc, Asterix, Smile, Ispra (mi raccomando, cerca di fare tante foto quando non ci sarò più: ti presto il 70-200, ma fatti aiutare da Spenny per trasportarlo almeno finché il femore non sarà ben saldo). Vi voglio bene.

Marco Conte: grazie per le lunghe chiacchierate a cena, grazie per aver condiviso con me la tua visione del collegio e della vita, la tua dedizione e soprattutto la tua passione per i libri (fammi sapere se ti piace Medicus!).

Arrivederci al Desi: il collegio non sarebbe stato lo stesso senza le tue battute, senza la tua memoria e senza lʼinfernale rumore di quel maledetto carrello (seriamente, però, quello cambiatelo). Arrivederci allo Ste e al Tommi: non vi ho salutati di persona, ma lʼormai ex-decangela tornerà e rimedierà, promesso.

E un grazie anche alle “istituzioni”: mi avete dato tanti grattacapi in questi anni che, opponendovi una strenua resistenza quando necessaria, ho imparato pazienza, autocontrollo e diplomazia. Sono doti importanti nella vita, eh. Spero che la visione delle telecamere (non ci credo che non le guardate) vi abbia strappato qualche risata ogni tanto.

Condivido sia le parole di commiato di MarcoÀlice sia quelle di Popotus. Spero che a qualcuno sia importato avermi come compagna di questo viaggio assurdo e bellissimo, e spero anche di aver insegnato qualcosa alle mie matricoline (verrò a spiarvi fare culo in caffè lʼanno prossimo, lo sapete). La mia unica priorità in quanto fagiola, colonna, anziana e decana è sempre stata una e una sola: che lʼesperienza collegiale fosse quanto più intensa e indimenticabile possibile per chi entrasse a farne parte e a viverla. Volevo restituire tutto ciò che di meraviglioso mi ha dato e continua a darmi questo posto, che è esploso nella mia vita con una scarica di energia e colore, facendomi crescere, facendomi comprendere cose importanti, e soprattutto facendomi divertire tantissimo.

Non so se ci sono riuscita. Però adesso, alla fine di questo percorso, ho capito una cosa. Sono finalmente riuscita a dare un nome a quella sensazione che avevo provato una lontana mattina del luglio 2009, quando per puro caso ero capitata in piazza Borromeo, e avevo visto Mitch e Charlie che, sulla soglia di questo palazzo dallʼaria maestosa, parlavano ai liceali arrivati per lʼopen day.

Anchʼio ero una liceale, e decisi di accodarmi per curiosità. Appena messo piede in loggiato mi prese un brivido che mi accompagnò per tutto il giro del collegio: mentre per la prima volta guardavo il giardino, il chiostro, le camere del nobile, ero certa di trovarmi in un posto dove accadono cose bellissime. Era una sensazione quasi fisica ma impalpabile, come la tensione elettrica che si prova avvicinando il braccio allo schermo del televisore. Sì, era qualcosa che faceva rizzare i peli sulle braccia. Lʼho riprovata quando sono tornata per i colloqui di selezione, e poi mai più, perché mi ci sono immersa così tanto che quel concentrato di emozione è diventato la mia vita. Oggi so che quella sensazione è il respiro di milioni di storie assorbite da questi muri, storie di chi qui dentro è stato felice.

Anche le mie storie di questi cinque anni sono finite a incastonarsi tra strati di stucco e vernice spalmata alla bellʼe meglio. Qualcuno un giorno dirà “Ma voi cʼeravate quando la Bracca...” – qualcuno annuirà, e qualcun altro scuoterà la testa e si farà raccontare.

E questo pensiero mi allarga il cuore.

Grazie a tutti voi.

Ghislieri merda.

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